Abbiamo tutto il tempo del mondo

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Si abbiamo tutto il tempo che vogliamo, abbiamo il tempo per divertirci, pensare, cantare, ballare, lavorare. Non si è mai “troppo impegnati per”. La spiegazione sembra anche abbastanza banale. La società, il governo, lo Stato ci vede un po’ come delle piccole formichine che se impegnate giorno e notte a fare qualcosa non potranno lamentarsi di nulla.

Fateci caso, fin da piccoli ti mandano a scuola, poi ti dicono che devi trovare un lavoro, il lavoro ti fa spendere soldi per andare al lavoro…. paghi una macchina e la benzina per andare al lavoro con i soldi del lavoro, in pratica paghi per lavorare, a pranzo mangi fuori pagando almeno il 50% in più rispetto a quello che avresti pagato per mangiare a casa, quindi paghi per mangiare fuori per stare più al lavoro con i soldi del lavoro.

Qualunquismo? No, semplice verità. Poi la società ti dice che devi lavorare tanto, che se non lavori tanto e non guadagni tanto non sei nulla. Ma non sei nulla per chi? Se lavoro 12 ore, mangio 2, dormo 8 mi restano 2 ore per? Per pensare che sono stressato e non riesco a vivere tranquillo. Quindi lavoro per guadagnare per lavorare.

È un no sense.

Leggete cosa scrive ilpost:

John Robinson, un sociologo conosciuto come “Papà Tempo” perché fu una delle prime persone a iniziare una collezione di agende, che divenne la base su cui poi si sviluppò il censimento americano delle agende (American Time Use Surveys), che ci racconta molto del modo in cui conduciamo le nostre vite. [...]
Robinson non ci suggerisce di meditare, di prendere più giorni di ferie, di respirare, di camminare nella natura o di fare una di quelle cose che invariabilmente finiscono con l’allungare la lista delle cose da fare. La risposta allo stress causato dai troppi impegni, dice, è smettere di continuare a ricordare a noi stessi di avere troppi impegni, perché la verità è che siamo tutti molto meno indaffarati di quello che crediamo

Nel suo nuovo libro Overwhelmed: Work, Love, and Play When No One Has the Time, la giornalista del Washington Post Brigid Schulte chiama questa epidemia culturale “la sopraffazione”, e la maggior parte degli adulti che lavorano la riconoscerà. «Sempre indietro e sempre in ritardo, con un’ultima cosa e poi un’ultima cosa e poi un’altra ultima cosa da fare prima di andare».

La nostra insistenza nel pensare di essere impegnati ha creato la lunga serie di disturbi sociali e personali di cui Schulte parla dettagliatamente nel suo libro: lo stress inutile, lo sfinimento, le cattive decisioni e, su un piano più ampio, la convinzione che il lavoratore ideale sia quello che è disponibile ad ogni ora del giorno e della notte perché è grato di essere “impegnato” e la convinzione che dovremmo tutti ambire ad avere la stessa malsana lista di appuntamenti di un imprenditore della Silicon Valley.
«L’idea per cui succedono sono troppe cose e che quindi le persone non riescono ad avere il controllo delle loro vite è molto diffuso», dice Robinson, «ma quando guardiamo le agende delle persone non sembra che ce ne siano prove sostanziali, è un paradosso. Quando dici alle persone che probabilmente hanno almeno trenta o quaranta ore libere alla settimana, non ti credono».

[...]Per tutta la giornata ho cercato di convincermi che non avevo davvero tanto da fare, dicendomi silenziosamente «non sei così impegnata». E questo in effetti ha spento il nastro nella mia testa che ripeteva l’elenco delle cose da fare quel giorno. Le ho solo fatte, con calma, una dopo l’altra. Immagino sia quello che si chiama essere lucidi, o vivere il momento o essere presenti a se stessi, ma non sono sicura. E non voglio esserlo, ché se gli do un nome diventerà un’altra cosa che devo fare. Meglio toglierne una, dalla lista: dire agli altri quanto siete indaffarati.

Non fa una piega questo ragionamento

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Filippo

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